Perché la Danimarca è il Paese più felice del mondo

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Via Wired

A darle il titolo di Paese più felice del mondo ci ha pensato un’indagine condotta dal Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite fra 156 nazioni. La Danimarca porta così a casa una vittoria invidiabile, legata a una serie di parametri che incidono sulla qualità della vita: “ Le nazioni al vertice in genere si classificano molto bene in tutti e sei i fattori identificati dal World Happiness Report ( scaricalo qui) – ha scritto John Helliwell, professore di economia all’università della British Columbia nonché uno degli autori – messi insieme, questi fattori spiegano tre quarti delle differenze fra tutti i Paesi nel corso degli anni”.

A tallonare i danesi nel rapporto Onu ci sono la Norvegia e la Svizzera. La prima nazione non europea è il Canada, al sesto posto, mentre gli Stati Uniti si piazzano al diciassettesimo. E l’ Italia? Siamo solo 45esimi. Non sprizziamo gioia da ogni poro, questo è sicuro. Ma, visti i tempi e il deprimente quadro politico, potrebbe andare peggio. Ciprioti e brasiliani, tanto per citare un paio di Paesi che ci precedono, sembrano assai più allegri di noi.

Ma perché la Danimarca riesce a spiccare su tutti, in particolare fra le nazioni sviluppate, ricche e democratiche? Ecco le risposte dell’ Huffington Post Usa.

La Danimarca sostiene i genitori
Basta partire dal sostegno alle famiglie, con un congedo parentale che tocca le 52 settimane. Contro, ad esempio, le neanche 11 degli Stati Uniti. Un supporto che prosegue con l’accesso alle cure sanitarie per i bambini e a un percorso d’assistenza infantile che prosegue per tutta la crescita. Col risultato che il 79 per cento delle mamme rientra al livello d’impiego precedente il parto, contribuendo agli introiti famigliari fra il 34 e il 38 per cento del totale.

In Danimarca l’assistenza sanitaria pubblica è un diritto
Come in Italia, le cure sanitarie sono un diritto basilare dei cittadini. Con la differenza che il rapporto con le strutture sanitarie, e la gestione delle risorse, è nettamente più efficiente. Le persone si rivolgono in media sette volte all’anno al medico di base, che gestisce ogni altro eventuale approfondimento clinico. Un modello simile al nostro ma che differisce notevolmente da quello di molti altri Paesi: negli Stati Uniti, dove l’assistenza sanitaria è legata a una polizza assicurativa, le persone si rivolgono solo quattro volte all’anno al dottore. Inclusi gli interventi d’emergenza. Non c’è, inoltre, una continuità nelle cure.

In Danimarca la parità fra uomini e donne è realtà
Una parità dei sessi non solo in famiglia, cioè fra i genitori. Ma anche e soprattutto negli altri ambiti della società. Il Paese si classifica infatti di solito fra le prime dieci nazioni nel ranking del World Economic Forum che misura appunto l’eguaglianza fra uomo e donna. Insieme ai vicini scandinavi, è quasi una realtà acquisita. Un percorso che viene da lontano, fin dal diritto di voto concesso alle donne agli inizi del ‘900 o alle quote rosa, applicate dagli anni Settanta e ormai abbandonate perché inutili. Non a caso, il Paese al momento è guidato da primo premier donna, la 47enne socialdemocratica Helle Thoring-Schmidt. “ L’assunto è che il femminismo è un obiettivo collettivo, non un percorso individuale”, scrive la studiosa Katie J.M. Baker.

In Danimarca si va a scuola e al lavoro in bici
Basti un dato su tutti. A Copenhagen il 50 per cento dei residenti va a scuola o al lavoro in bici. Le due ruote sono dunque il mezzo di trasporto standard. Abitudine che non solo produce eccellenti ricadute sotto il profilo della salute e dell’inquinamento ma contribuisce anche allo stato complessivo della città. Secondo Forbes, per ogni chilometro fatto in bici anziché in macchina si risparmiano 7,8 centesimi di dollaro in inquinamento risparmiato, incidenti, congestioni, rumore e manutenzione delle infrastrutture. Ogni giorno i ciclisti, a Copenhagen, pedalano per un totale di circa 1,2 milioni di chilometri. Risparmiando un sacco di soldi e facendosi del bene: basta mezz’ora al giorno, ogni giorno, per innalzare la propria aspettativa di vita di un paio d’anni.

La Danimarca combatte le rigidità del clima con la positività
Mai sentito parlare dell’ hygge? Bè, si tratta di una parola che sta quasi per “intimità”. Ma in realtà dipinge scelte e atteggiamenti ben più ampi. Il concetto non è semplice da spiegare: consiste in sostanza nel creare un’atmosfera accogliente, gradevole, piacevole e rilassante insieme alle persone a cui si vuole bene. Un mood esistenziale architettato in particolare per superare le rigidità climatiche e le poche ore di luce (d’inverno sono meno di sette) che caratterizzano il Paese e che possono rischiare di gettare le persone in uno stato di ansia e depressione. Amore, indulgenza, aiuto reciproco per andare oltre il buio e il freddo psicologici dell’inverno.

In Danimarca le persone si sentono reciprocamente responsabili
Il punto non è tanto garantirsi l’assistenza sociale per sé stessi, cioè per i benefit che questa comporta. In Danimarca vige un autentico senso di responsabilità, un sentimento di reciproca appartenenza, un forte legame di cittadinanza. In una parola: lo spiccato senso civico invidiato dall’Europa del Sud. Che si traduce per esempio, proprio grazie alla base di partenza tutelata da queste garanzie, in una grande partecipazione ad attività di volontariato. Più del 40 per cento della popolazione dedica molte ore di volontariato impegnandosi con associazioni culturali o sportive, non governative, sociali o politiche. Non a caso questo genere di enti sono circa 101mila per una popolazione di 5,5 milioni di persone. Un lavoro importante, quello no profit, anche sotto il profilo economico e legato a doppio filo al coinvolgimento politico: la partecipazione al voto sfiora infatti il 90 per cento.